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BEMBERG di GOZZANO

Alla fine del Settecento ad Elberfeld in Germania, il commerciante Johann Peter Bemberg rivendeva  vini francesi e successivamente iniziò a trattare materie coloranti, sempre importate della Francia, divenendo in breve proprietario di numerose fabbriche. I suoi eredi trasferirono le attività produttive a Barmen (oggi Wuppertal) importante centro tessile tedesco e proseguirono nell’ attività di produzione tessile migliorando e brevettando nuovi prodotti. In particolare il 29 settembre 1900 veniva brevettato il cosiddetto “sistema Bemberg” che avrà in futuro grandissima diffusione dalla Germania al Giappone, dall’Inghilterra all’Italia.
Gli elementi fondamentali del procedimento Bemberg erano i linters del cotone (cascami di cotone utilizzati per fare imbottiture o per ricavarne cellulosa) che opportunamente trattati secondo il procedimento cupro-ammoniacale  ovvero tramite ammoniaca, rame ed acqua producevano un filato molto simile alla seta tanto da coniare lo slogan: “Nasce dal cotone, splende come seta”.

Uno dei principali settori di impiego era costituito dalla calzetteria femminile fino ad allora diviso tra la seta, elegante ma molto costosa e il cotone, che però copriva la fascia bassa del mercato.
Nel 1924 venne siglato a Lucerna un accordo tra gruppi stranieri privati per costruire in Italia e in Francia impianti per la produzione secondo il processo cupro-ammoniacale di “sete artificiali”. In Italia venne scelta come sede la zona di Gozzano anche per la conformazione del territorio, per la presenza del lago d’Orta con le sue acque limpide necessarie per la lavorazione e non ultimo per la possibilità di utilizzare maestranze idonee con manodopera numerosa.
La notizia dell’arrivo della Bemberg si sparse molto velocemente nel territorio attorno a Gozzano: le speranze riposte erano tante da un territorio che da sempre vedeva una forte componente di emigrazione (scalpellini, muratori ecc.) e duri sacrifici per chi rimaneva in paese. Non mancarono però alcune voci fuori dal coro: dall’altra parte del lago ad Omegna alcuni imprenditori di Crusinallo, Gravellona e Omegna erano preoccupati per la possibile captazione delle acque del lago d’Orta, mentre altri, tra cui l’onorevole Pestalozza temevano un eventuale danno alla piscicoltura causato dall’inquinamento delle acque. Ma anche il Pestalozza venne rassicurato dai dirigenti dell’azienda che lo convinsero che non sussisteva nessun pericolo di inquinamento avvalendosi anche delle relazioni del professor Biginelli inviato dalla Direzione Generale di Sanità.
Tuttavia malgrado l’opposizione, il 27 maggio 1925, presso il notaio Guasti di Milano veniva siglato l’atto costitutivo della “Seta Bemberg Società Anonima” con un capitale sociale di 120.000 lire di cui 36.000 lire versate.
Molto interessante è l’intervista all’ing. Ernesto Molteni primo direttore della Bemberg, che il giornale gozzanese “l’Amico” pubblicò nell’agosto del 1926. L’ing. Molteni oltre a sottolineare l’importanza della nascita dell’azienda sul territorio di Gozzano sia per la ricaduta in termini occupazionali sia per quanto riguarda la vendita da parte dei gozzanesi di numerosi appezzamenti all’azienda stessa, rassicura il giornalista a proposito del prelievo delle acque dal lago d’Orta e della restituzione delle stesse in forma estremamente pura.

Piuttosto l’ing. Molteni mette in guardia sul fatto che la vera preoccupazione per la Riviera dovrebbe essere l’immissione di acque di scarico degli abitati attorno al lago e non degli scarichi Bemberg. A sostegno delle proprie tesi, il Molteni cita anche numerosi illustri studiosi che si stanno occupando della questione come il prof. Peter di Zurigo o la professoressa Rina Monti di Milano che ritroveremo oltre in questa vicenda.
Per avviare l’azienda in modo efficace vennero inviate a Emmenbürcke presso Lucerna una quarantina di operaie italiane, ospitate in un Convitto di Suore Cattoliche, per l’apprendistato in maniera che una volta ritornate potessero formare nuove operaie locali.
Il 9 febbraio del 1927, meno di due anni dall’inizio dei lavori dall’inizio della costruzione dei capannoni, uscirono dalle filiere i primi fasci di filo inaugurando così lo stabilimento tra i tecnici e le maestranze emozionate. Cominciava l’avventura della Bemberg che nel 1930 contava già mille dipendenti.
Nel 1929, in seguito alla crisi di Wall Street si ebbero gravi contraccolpi anche sul mercato italiano e l’industria da poco insediata, dovette raddoppiare gli sforzi, ridurre i costi e migliorare la produzione per riuscire a superare il momento veramente difficile. Nel 1931 a seguito dell’entrata in vigore di una legge per la protezione della produzione della seta naturale la ragione sociale della “Seta Bemberg Società Anonima” venne modificata in “Bemberg S.A.” ma lo sviluppo dell’azienda non si arrestò.
Con la guerra d’Africa e le sanzioni nei confronti dell’Italia, nel 1936, si dovettero affrontare nuovi problemi, primo tra tutti l’impiego di materie prime nazionali e lo sviluppo di un nuovo reparto di ricerca. L’intensificarsi dei rapporti con le industrie tessili del Comasco e in particolare altre industrie nel campo della maglieria permise ulteriori ampliamenti della Bemberg che decise nel settembre del 1940 di trasferire totalmente gli uffici commerciali e amministrativi a Milano in corso Sempione.
La seconda guerra mondiale mise a dura prova l’azienda gozzanese anche a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. Agli inizi del conflitto la Bemberg era classificata come una azienda ausiliaria in quanto produceva un filato destinato alla fabbricazione di aerostati e palloni frenati.

Dopo l’armistizio però la produzione bellica si blocca totalmente, mentre nella zona di Gozzano la lotta tra tedeschi e formazioni partigiane si fa sempre più cruenta. Tuttavia il reparto di torcitura continua a funzionare mediante scorte per la fabbricazione del filato misto ottenuto mediante l’unione di un filo di seta con un filo Bemberg.
Finalmente il primo maggio del 1946 gli impianti possono riprendere a pieno ritmo la loro produzione. Anche la vita degli operai e degli impiegati riprende: nello stesso anno viene fondata la Corale Bemberg e successivamente si apre un asilo nido, si tengono corsi di economia domestica e di lingue straniere, si organizzano numerose manifestazioni e viene fondato il gruppo degli amici della montagna che si affiglierà poi nel 1957 al Club Alpino Italiano.
Il dopoguerra porta però anche un altro problema: insieme agli Alleati era sbarcato in Italia il nylon un nuovo filo poliammidico che mise in crisi numerose aziende soprattutto nel campo della calzetteria dove il nylon incontrò il favore dei produttori e l’entusiasmo del pubblico femminile. La guerra di Corea aggravò ulteriormente la situazione della Bemberg a causa delle difficoltà di approvvigionamento delle materie prime. Lo sforzo della Società fu di trovare nuovi mercati e nuove applicazioni: nacquero così le fodere Bemberg apprezzate per le loro caratteristiche, ottimamente traspirabili e prive di cariche elettrostatiche.

Gli stilisti e la sartoria artigianale italiana dimostrarono fin da subito forte interesse per i tessuti prodotti con il filato Bemberg. Nella primavera del 1951 l’azienda spostava nuovamente la propria sede a Milano, traslocando nei prestigiosi uffici di via Brera. L’anno successivo, il 20 giugno del 1952, venivano inaugurati i nuovi impianti per la produzione di un nuovo filo secondo un processo continuo su bobine. Per rendere omaggio al lago d’Orta il nuovo filo venne denominato “Cusio”. Ma la vera sfida era non rimanere fuori dal mercato in continua espansione relativo al nylon: così nel 1954, non senza difficoltà, venne siglato un accordo con il gruppo Aku e il 19 settembre 1955 fu inaugurato a Gozzano lo stabilimento di filatura e torcitura di un nuovo filo sintetico poliammidico della classe del nylon. A questo filo venne dato il nome di “Ortalion” sempre in omaggio al vicino lago d’Orta a quale la Bemberg doveva molto.

L’inquinamento del lago d’Orta
Fin da subito però furono evidenti, tra gli anni 1929-1930, i risultati del disastro ecologico che si andava consumando.
Nel mondo scientifico fu la professoressa Rina Monti che per prima coraggiosamente denunciò l’inquinamento preoccupante del lago d’Orta. Laureata in scienze naturali presso l’Università di Pavia nel 1892, ottenne nel 1907 la cattedra universitaria a Sassari divenendo la prima donna nella storia del Regno d’Italia ad ottenere una cattedra universitaria.
Nel 1928 Rina Monti si era accorta che una sua allieva Emilia Di Capua stava incontrando delle difficoltà nel reperire specie viventi nel lago d’Orta, pochi anni prima estremamente popolato. Il cambiamento era stato così repentino e drastico da indurre la professoressa a recarsi essa stessa sul lago per compiere delle analisi.

Nel suo saggio pubblicato nel 1930 per i tipi di Hoepli “La graduale estinzione della vita nel lago d’Orta”, la limnologa denunciò una situazione disastrosa concludendo a seguito delle sue prove in laboratorio miscelando campioni di acqua prelevata in acquari contenenti acqua pura: “Nel Cusio, dove la diluizione dei prodotti tossici è molto più grande, i pesci hanno potuto resistere più a lungo, ed a mio giudizio vanno estinguendosi essenzialmente per mancanza di pascolo in seguito all'estinzione del plancton. Con ciò il limnologo, dopo aver accertato la scomparsa di tutta una ricchissima fauna, che popolava il Cusio, fatto che nessuno potrà mai negare, deve concludere che tale doloroso evento è dovuto soltanto all'immissione nel lago della discarica che abbiamo studiato”.
La discarica a cui si riferisce Rina Monti è quella della Bemberg, accuratamente analizzata in due visite condotte il 19 giugno del 1929 e l’11 novembre sempre dello stesso anno, mediante prelievo di numerosi campioni in varie zone del lago fino ad avvicinarsi progressivamente allo scarico Bemberg.
Sempre la professoressa descriveva: “Impoverimento della fauna ittica sempre più imponente: moria di pesci, che vengono a galla boccheggianti e sono raccolti dai barcaioli, direttamente colle mani, senza l’uso delle reti”.
Quello che stava succedendo era molto chiaro: al termine dei processi di lavorazione della Bemberg, le acque reflue, inquinate da solfati di rame e ammonio, venivano raccolte e, dopo essere sommariamente depurate, scaricate nelle acque. Per questo motivo, il lago, diventò un ambiente invivibile e la maggior parte degli organismi presenti vennero a mancare; nel breve giro di tre anni si assistette alla graduale scomparsa di zooplancton e di fitoplancton che causò la drastica diminuzione di fauna ittica.
L’azienda però tirò dritto. I mezzi di stampa arrivarono addirittura ad incolpare i pescatori di aver spopolato il lago dai pesci per colpa di reti fuori norma che distruggevano la fauna ittica. Erano gli anni del fascismo e in nome del progresso e della rivoluzione industriale si andava avanti senza ascoltare. Anche il dott. Carlo Albertoletti proprietario di una Cooperativa per la Piscicultura del Cusio, malgrado i continui appelli veniva messo a tacere ed il lago si avviava alla sua morte naturale.
Agli inizi del 1930 il giornale cattolico “Il Sempione” ospitò un intervento di Albertoletti il quale scriveva: “A questo buon pubblico noi dobbiamo dire ben chiaro che, invocando appassionatamente dall’Autorità le provvidenze atte a salvare da rovina un pubblico bene ed indicando quali devono essere queste provvidenze, non mirammo mai ad ostacolare lo sviluppo dell’Opificio di Gozzano. Da tre anni a questa parte, in tutti i nostri ricorsi contro lo scarico delle colature, andammo specialmente dimostrando come il sacrificio del lago d’Orta non debba essere considerato una necessità inevitabile… Tutto questo va detto ben chiaro! Il sacrificio del lago non è imposto da nessuna fatale necessità. Chi asserisce il contrario non conosce la questione”.
Nel 1964 dalla righe del “Notiziario Bemberg” n°38 sarà lo stesso direttore generale ing. Giancarlo Zoja, facendo il punto della situazione sullo stato delle acque del lago d’Orta a concludere che era innegabile che la colpa dell’inquinamento lacustre fosse imputabile alla Bemberg ma che ciò riguardava gli anni che andavo dall’insediamento sino agli anni ’40. Secondo lo Zoja, ragioni tecniche e le estreme condizioni di povertà della popolazione locale, giustificavano in qualche misura gli effetti collaterali della produzione.

Gli anni del dopoguerra erano stati invece caratterizzati dall’adozione di procedimenti volti a ridurre al minimo l’impatto ambientale: dal 1958 l’inquinamento causato dal rame era stato risolto recuperandolo in fabbrica mediante resine scambiatrici di ioni mentre dal 1952 era stata interrotta la lavora zione in loco riguardante la cottura e il candeggio dei linders greggi spostandola in Germania.
Secondo l’ing. Zoja il permanere di uno stato inquinato del lago era dovuto principalmente alle numerose imprese cusiane che si erano installate recentemente sulle sponde del lago stesso e gettavano nelle acque sostanze estremamente pericolose.


Gli scioperi degli anni ‘70
Il “Sessantotto” raggiunse anche la tranquilla Bemberg di Gozzano con le sue contestazioni e rivendicazioni. La Bemberg, roccaforte della pace sociale, venne investita da numerosi scioperi a partire dal 15 novembre 1968, quando dopo dieci anni di tregua sindacale gli operai manifestarono per la riforma pensionistica.
La situazione si inasprì ulteriormente negli anni seguenti anche a seguito dell’annuncio di una possibile ristrutturazione aziendale in seguito alla diminuzione della domanda di filo cupro e alla necessità da parte dell’azienda di trovare nuove forme di filato. Nel novembre del 1971, a fronte di un organico di circa 2300 dipendenti, venne annunciato il licenziamento di 210 dipendenti dello stabilimento di Gozzano e di 28 impiegati degli uffici di Milano. L’anno successivo, 1972, si aprì con un inasprimento delle lotte sindacali e con uno sciopero ad oltranza di 19 giorni dal 6 al 28 febbraio. Il 17 febbraio gli scioperi culminarono in una manifestazione di massa per le vie di Borgomanero dove sfilarono centinaia di operai ed impiegati.
Fuori dai cancelli dello stabilimento sostavano giorno e notte gruppi di sindacalisti e di lavoratori che si scaldavano con falò improvvisati. Il clima era così pesante che quell’anno la consueta sfilata dei carri allegorici di carnevale di Gozzano venne annullata per decisione unanime di tutti i membri della Proloco.
I mesi successivi videro l’intervento del Ministero del lavoro con l’on. Carlo Donat-Cattin in prima persona che cercò di mediare tra la proprietà ed i lavoratori al fine di ridurre il numero di licenziamenti effettivi.
Ma superata, non senza difficoltà questa fase, l’anno successivo 1973 si presentava con una nuova crisi, quella petrolifera che portò una nuova riduzione dei consumi con una conseguente forte contrazione del settore tessile.
Sfilate e successi nella moda
Il nome “Bemberg” fin dai primi anni della produzione aveva riscosso numerosi consensi: fu però il dopoguerra a portare i maggiori successi allo stabilimento di Gozzano.

Numerosi stilisti avevano scelto il prodotto Bemberg per le loro creazioni e in tutti Italia venivano aperti negozi “Bemberg”, mentre nelle fiere di settore facevano bella mostra gli impermeabili “Ortalion” o le fodere e la biancheria intima per signora.
Ci si affidò poi alla mano del più grande illustratore e disegnatore di moda del tempo, René Gruau, che disegnò splendidi manifesti pubblicitari. A Milano i tram giravano con la pubblicità Bemberg sulla fiancata e in via Vittor Pisani un enorme cartellone raffigurante una poltrona sormontata da un gatto nero reclamizzava i tessuti Bemberg per l’arredamento.
René Grau di nobili origini, naturalizzato francese nel 1930, era in realtà nato a Rimini nel 1909. La sua matita aveva saputo creare in esclusiva per Bemberg una serie di manifesti pubblicitari di notevole raffinatezza evocando suggestioni uniche. Inconfondibile la sua firma caratterizzata da una “G” sormontata da una piccola stella. Un segno unico che si ritrovava sui prodotti più prestigiosi dai profumi di Christian Dior alla locandina del film di Fellini, “La dolce vita”.

 

(a cura di Fabio Valeggia)


Bibliografia essenziale
Quaderni Borgomaneresi – Borgomanero verde – Bemberg: Il miracolo è finito di Angelo Vecchi -  Vecchi Editore 2005
Bemberg – Nasceva dal cotone, splendeva come seta – Francesco Ruga – Widerholdt Frères - 2012
 

LABEMB001
La Bemberg nel 2018 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB002
La Bemberg nel 2018 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB003
La Bemberg nel 2018 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB004
Una pubblicità della Bemberg del 1930 - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB005
Una pubblicità della Bemberg del 1930 - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB006
Una pubblicità della Bemberg del 1930 - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB007
Pubblicità Bemberg - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB008
Pubblicità Bemberg - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB009
Stabilimento Bemberg appena costruito - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB010
Stabilimento Bemberg appena costruito - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB011
Stabilimento Bemberg appena costruito - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB012
Stabilimento Bemberg appena costruito - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB013
Ristoro Bemberg anni 60' - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB014
Ristoro Bemberg anni 60' - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB015
Bemberg vista dall'alto - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB016
Pubblicità Bemberg a Milano - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB017
Pubblicità Bemberg a Milano - [Archivio G.Cavigioli]
LABEMB018
Stabilimento Bemberg - anno 1957 - [Archivio P.Zeffiretti]
LABEMB019
Stabilimento Bemberg - anno 1972 - [Archivio P.Zeffiretti]
LABEMB020
Stabilimento Ortalion in costruzione - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB021
Festa della ripresa - celebrazione messa canta la corale Bemberg - anno 1946 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB022
Inaugurazione ristoro - anno 1941- [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB023
Scioperi Bemberg - anni '70 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB024
Scioperi Bemberg - anni '70 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB025
Scioperi Bemberg - anni '70 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
LABEMB026
Scioperi Bemberg a Milano - anni '70 - [Archivio Accendiamo la Memoria]
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